In Umbria il mare è lontano, tutto il resto sovrabbonda: Cultura rinascimentale, vino e olivi, storie singolari – e alcuni tra i borghi più incantevoli del Paese.

Per quanto siano vicine, l'Umbria non è la Toscana – e, con ogni probabilità, è una fortuna. Vista da nord, è più lontana e complessivamente meno logora, così che raramente risulta affollata, tanto per chi vi risiede quanto per chi la visita. L'Umbria è l'unica regione italiana che non confina né con il Mediterraneo né con alcuno Stato estero. Cosa la rende speciale? "Rigogliosa, famosa per l'Umbria Jazz Festival, per i suoi borghi incantevoli e curati, di sinistra e un po’ radical chic”: così un’amica napoletana mi aveva descritto l’immagine di cui gode la regione in Italia. Voglio vedere con i miei occhi quali esperienze questa terra possa offrire, in particolare nei dintorni di Perugia: Stare nella natura, assaggiare le sue specialità, farmi mostrare dalla gente del posto cosa sia importante per loro e, naturalmente, visitare le famose cittadine. Panicale, per esempio: un borgo da libro illustrato, adagiato in posizione solenne con lo sguardo rivolto al Lago Trasimeno. Facciate in pietra dai colori della terra, traffico quasi assente entro le storiche mura difensive, rimaste intatte attraverso i secoli. Dalle case pendono cascate di fiori; in piazza, alcune persone siedono davanti a un calice di vino e a una torta al testo, la specialità locale che ricorda, nella sua ricchezza, un generoso pane farcito. Nel piccolo negozio di souvenir ci sono cinghiali di peluche. Oggi, circa 300 persone vivono nel centro storico e circa 5000 nel borgo. Minuscola eppure, in qualche modo, urbana: così appare Panicale, merito anche di amabili singolarità come quella di alcuni giovani cittadini che, nel XVII secolo, decisero di regalarsi un teatro privato per risollevarsi lo spirito. Completo di ogni dettaglio, tra palchetti e un sipario rosso cremisi, per un totale di soli 130 posti: un gioiello che si annovera tra i teatri più piccoli d’Italia. Fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’accesso rimase riservato esclusivamente alle famiglie fondatrici. Nel Carnevale del 1958 i festeggiamenti furono così sfrenati che, in seguito, quanto rimasto della struttura venne chiuso al pubblico. Oggi il teatro, restaurato e restituito al suo antico splendore, accoglie nuovamente compagnie in tournée. Gli ospiti amanti della cultura troveranno a Panicale molti altri tesori da ammirare, come la chiesa di San Sebastiano, eretta contro la peste, che custodisce gli eterei affreschi del Perugino. Il Museo del Tulle, custode della tradizione del pizzo bianco. E poi, adagiato in pianura, il Lago Trasimeno chiama a sé: impossibile resistere. Massimo Cialini resta in piedi sulla sua barca con una calma imperturbabile, quasi monumentale, mentre spegne il motore. L'acqua, liscia come uno specchio, mormora appena, mentre dalla riva giunge l'eco remota di qualche voce umana. "E d'inverno senti semplicemente… il nulla”, afferma Cialini, con un accenno di sorriso, mentre si appresta a riprendere il largo. Da 13 anni, da solo o con altri pescatori della sua cooperativa, esce sul lago Trasimeno la mattina presto in qualsiasi periodo dell'anno. La stagione più calda lascia spazio al pescaturismo. Gli ospiti hanno l'opportunità di riservare escursioni con i pescatori, qualora non preferiscano navigare a vela, pagaiare o affidarsi a uno dei rari battelli turistici. Per me, Cialini ha sistemato una vecchia sedia di plastica sulla sua imbarcazione e ci ha condotti entrambi fin nel cuore del lago. Il Trasimeno è il quarto lago d'Italia per estensione, eppure non ammette paragoni con gli altri grandi specchi d’acqua nazionali. Se il Lago di Garda, con le sue sponde montuose e spettacolari, incarna il turismo in ogni sua declinazione, qui, lungo le rive dolcemente pianeggianti, si incontrano pochi campeggi, arricchiti oggi anche da proposte di glamping. Appartamenti per le vacanze, dimore estive e alcuni alberghi si fondono con discrezione nel paesaggio dell'entroterra. Nessun parco acquatico, nessuna scena mondana; domina invece la tutela ambientale, con le sue tre isole - su una delle quali vive solo un manipolo di anime - e una cultura della pesca che affonda le radici nei millenni. Qui si pescano soprattutto persici reali, persici trota e lucci, racconta Cialini. Il lago non supera i sei metri di profondità. E se l'acqua appare torbida, è anche perché le carpe, nutrendosi, smuovono il fondale. Il legame profondo di Cialini con il suo lago non si concede a grandi proclami; lo si avverte piuttosto nel riverbero di ogni sua rara parola. E per chi desidera assaporare il pesce di lago, Sant’Arcangelo offre l'occasione di gustare il pescato del giorno, servito direttamente sulla riva presso il locale della cooperativa. Sulle bruschette, con la pasta o fritto: non esiste nulla di più autentico e fragrante. Anche Raffaele Battistelli nutre un profondo amore per la natura della sua terra, ma in sua compagnia il ritmo si fa più dinamico, senza mai perdere in compostezza. Quando l'indomani mattina mi attende ai piedi di Trevi con le e-mountain bike, non può trattenere un sorriso nel vedere il mio abbigliamento – e con estrema cortesia mi fissa i larghi pantaloni di velluto alle caviglie con del nastro adesivo. Meno male che almeno indosso delle sneakers. Ho appuntamento con Battistelli per esplorare i percorsi ciclabili nei dintorni di Trevi. La clientela della mia guida è solitamente di indole più atletica, attratta da itinerari che qui sanno farsi stimolanti e impegnativi. «Non importa!», esclama allegro, «qui c'è un sentiero per chiunque». Dimmi solo se ti senti a tuo agio lungo il tragitto, mal che vada torniamo indietro e prendiamo un altro sentiero». Benessere, assenza di ogni affanno: anche qui la compostezza umbra è tangibile e, in effetti, l'escursione si rivela un piacere distensivo su vie quasi deserte, impreziosite da soste di grande fascino. La Fascia Olivata tra Assisi e Spoleto, candidata a patrimonio dell’umanità UNESCO, offre sentieri e itinerari ciclabili immersi in un paesaggio culturale millenario. Anche il breve tratto vicino a Trevi dà un'idea della sua ricchezza. Una delle attrazioni ufficiali è l'ulivo di Sant'Emiliano. Una creatura nodosa e vivace, di non meno di 1800 anni, che si allunga verso il cielo su una collina in leggera pendenza tra molti fratelli più giovani. Quasi a voler assecondare il momento, in questa mattinata nuvolosa il sole squarcia improvvisamente le nubi. Il territorio è inoltre costellato di piccole aziende; alcune, come il Frantoio Gaudenzi, vantano una storia relativamente recente. Suo nonno Vittorio ha fondato il frantoio nel 1950, spiega Andrea Gaudenzi durante una visita guidata. Da allora, l'azienda è cresciuta costantemente, passando dai primi 200 ulivi agli attuali 50000, distribuiti tra le terre di Trevi e le sponde del Lago Trasimeno. A causa del mutamento climatico, il periodo della raccolta autunnale tende ad anticiparsi progressivamente. Le varietà autoctone vengono lavorate puntualmente il mattino seguente la raccolta, approfittando delle ore più fresche, spiega Gaudenzi, che custodisce l'eredità del nonno insieme ai genitori e al fratello. Sono già stati premiati con diversi riconoscimenti. Gaudenzi guarda alla tradizione con ammirazione, anche se lavora con le apparecchiature più moderne. "Già i Romani avevano raggiunto traguardi superiori ai nostri di appena qualche decennio fa. Già all'epoca distinguevano tra diversi gradi di maturazione e livelli di qualità...!». A questo si è aggiunto, in epoca recente, il vivo interesse dei turisti. Poiché sono curiosi di tutto ciò che riguarda le olive, i Gaudenzi offrono visite guidate, escursioni in e-bike negli oliveti e degustazioni. Proseguendo in bicicletta, si incontra l’attività di Carlo Carletti che dà vita a oli d'eccezione nel suo frantoio, le cui radici affondano nel XVII secolo. Questo signore dalla folta chioma brizzolata invita gli ospiti ad ammirare le storiche macine in pietra, un tempo azionate dagli asini, offrendo in degustazione i suoi oli d’eccellenza. Talvolta in modi inaspettati: come quando versa un filo di uno dei suoi oli prediletti su alcune fette d’arancia accuratamente tagliate. "Allora?" "Una delizia. "Già, proprio così!" Le olive, naturalmente, trovano la loro massima espressione anche sulle tavole della tradizione umbra. L'Alchimista di Montefalco, ad esempio, si è fatto un nome con una cucina sperimentale di alto livello. Le olive fanno parte di ogni portata, dall'olio in un'eccellente interpretazione della parmigiana di melanzane, al dessert. Ebbene sì, persino nel dolce mi vengono servite delle olive dalla consistenza particolarmente croccante. Che poi una volta in bocca, si sciolgono rivelandosi perfette imitazioni in cioccolato finissimo e gelato: una dolcezza appena accennata, tutta giocata su una base di oliva. Inoltre, c'è naturalmente il secondo grande orgoglio della regione: il vino. È infatti Montefalco a incarnare l'eccellenza vinicola, un altro borgo da fiaba celebre soprattutto per l'antico vitigno del Sagrantino. A Montefalco l’atmosfera è un po’ più nobile rispetto, ad esempio, a Panicale: vi traspare la ricchezza dei viticoltori. L'Umbria viene talvolta definita un mare verde. E in autunno, quando il rosso del Sagrantino avvolge le vigne, un’atmosfera magica si posa ancora una volta sul paesaggio, proprio come amano raccontare gli abitanti del luogo. Come per le olive, si sono resi conto che i visitatori non vogliono solo assaggiare il vino. Presso la cantina Arnaldo Caprai, ad esempio, vengono proposti picnic tra i filari e altre esperienze, affidando all'artista Bernulia il compito di trasporre gli aromi dei singoli vini in suggestive cartoline-collage. Si potrebbe proseguire di paese in paese, magari in direzione di Assisi o Spoleto o dell'altopiano di Castelluccio. Ma manca ancora Perugia, capoluogo dell'Umbria, radici etrusche, centro universitario, architettura rinascimentale, culla di innumerevoli storie. Presso la Rocca Paolina, ad esempio, si tramanda il destino dei Baglioni: una famiglia un tempo dalla ricchezza decadente, poi travolta dal declino nel 1540 in seguito alla cosiddetta "Guerra del Sale". Le loro superbe case-torri - che un tempo rendevano il profilo medievale di Perugia simile a quello di San Gimignano - furono demolite per ordine del vittorioso Papa Paolo III Farnese e le loro fondamenta utilizzate per nuove costruzioni. Oggi, dunque, i cittadini nel loro quotidiano e i turisti in visita percorrono un'oscura rete di gallerie dove sono ancora visibili i resti dell'antico splendore. La Perugia successiva ai Baglioni fu edificata semplicemente al di sopra, quasi come un ultimo affronto alla loro memoria. Queste e altre storie si possono scoprire passeggiando per Perugia. Un'esperienza che merita, pur mettendo alla prova le gambe: il capoluogo umbro è infatti quasi montuoso, scandito da vicoli a gradoni e salite scoscese. Dietro le facciate nelle calde tonalità del rosso e del marrone, invece, si cela sovente l'alto artigianato artistico. All’interno della sconsacrata chiesa francescana di San Francesco delle Donne, risalente al XIII secolo, ha sede il laboratorio Giuditta Brozzetti. Varcata la soglia, si è subito colti dalla sensazione di addentrarsi in un universo analogico, custode di un sapere antico. E in un'atmosfera calda, in duplice senso. Nei mesi più rigidi, mi dice Aurélie Capodiferro, qui svernano alberi di limoni secolari. Ma è l'atmosfera di serenità, sopra ogni cosa, a essere preservata con cura. Sebbene l'atelier museale sia un’istituzione di assoluto prestigio - le cui tessitrici hanno già collaborato con il marchio di lusso Fendi e sono custodi di un’arte rara - l'atmosfera resta autentica e accogliente. Ma non vi è, tuttavia, traccia di ostentazione. La Capodiferro, che si destreggia tra la trama del telaio e i racconti agli ospiti, lavora in giacca di pile e ride spesso e di gusto, soprattutto di se stessa - come quando spiega come mai proprio lei, parigina di nascita, si trovi oggi qui. Da sette anni lavora accanto alla titolare Marta Cucchia e a un manipolo di colleghe al telaio Jacquard: due francesi a Perugia, per così dire. E questo perché si è "innamorata due volte": del suo compagno, per il quale si è trasferita qui, e "dell’atelier stesso". "Sì, è un sentimento di orgoglio», confida Aurélie parlando del proprio lavoro, un’arte che esige la massima concentrazione tra un’infinità di fili, colori e trame. Si dedicano a lavori su commissione e progetti straordinari, come quando le tessitrici hanno ricostruito e ricreato al telaio il decoro della tovaglia raffigurata ne «L'Ultima Cena» di Leonardo da Vinci. I visitatori possono osservare le antiche tecniche di tessitura, acquistare i prodotti artigianali e partecipare ai corsi. Antichità e creatività, idillio ma anche dinamismo: è questa la sintesi che, alla fine, unisce tutte le mie impressioni tra Panicale e Perugia. Un’ottima ragione per concedere alla Toscana, una volta tanto, un momento di tregua. Ma qualora risultasse troppo difficile resistere al richiamo toscano, si può sempre prevedere una sosta durante il viaggio di ritorno.

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