Il pronipote di Papa Francesco è diventato il presidente di un piccolo club in Promozione Umbria: “Tra dieci anni con il Città di Castello vogliamo arrivare in Serie C. Nessun miracolo, questo è l’obiettivo del nostro programma di lavoro”. Matias è figlio di Jorge Mario, l’altro Bergoglio della famiglia. Suo padre, avvocato ed esperto di diritto romano, era cugino di secondo grado del Pontefice. “Per me è sempre stato semplicemente lo zio, voleva che lo chiamassi così. Ogni volta che ci incontravamo mi chiedeva degli altri parenti”. Papa Francesco era un grande appassionato di calcio, come il suo pronipote Matias: “Vivo tra Argentina e Italia. Sono direttore commerciale per un’azienda metalmeccanica. Mio figlio Felipe gioca tra i dilettanti in Umbria, così quest’anno ho scelto di rilevare il Città di Castello. La squadra è appena retrocessa dall’Eccellenza, rischiava il fallimento per i troppi debiti. Aveva bisogno di ripartire, lo faremo insieme”.

Per evitare il crack finanziario serviva quasi un aiuto divino. È arrivato Bergoglio.

“Con un gruppo di imprenditori argentini abbiamo cominciato a lavorare per acquistare il club. La sostenibilità finanziaria è il primo passo per costruire un progetto vincente. I miracoli lasciamoli ai Santi. Bisogna investire e affidarsi a persone capaci. Pensiamo alla nostra società come un’azienda”.

Come ha scelto di strutturare il progetto?

“Vogliamo valorizzare il talento, programmare gli obiettivi, fissare target intermedi, gestire il gruppo. L’allenatore e il direttore sportivo sono argentini. Così come una parte della squadra. È il giusto mix tra giovani italiani e sudamericani. Ragioniamo a lungo termine. In dieci anni pensiamo di poter arrivare tra i professionisti. Il Città di Castello ha oltre un secolo di storia e tanta esperienza in Serie C. È lì che dobbiamo tornare”.

Un traguardo ambizioso, considerando che partite dalla Promozione.

“Papa Francesco lo ripeteva in continuazione: ‘Abbiate il coraggio di sognare’. Noi lo facciamo. Cureremo il settore giovanile e vogliamo anche creare una squadra femminile”.

Nel Città di Castello c’è pure un altro Bergoglio, suo figlio Felipe.

“È un difensore centrale classe 2004. L’anno scorso si è diviso tra Trestina e Castiglionese. Da 15 anni lavoro in Umbria, conosco bene il territorio e venivo spesso in Italia, soprattutto per le sue partite. Un amico mi ha spiegato che il club aveva bisogno di una mano e ho accettato la sfida”.

È riuscito ad avere la benedizione di Papa Francesco?

“Insieme al resto della famiglia avremmo dovuto incontrarlo a fine aprile, purtroppo ci ha lasciati qualche giorno prima. Eravamo a Roma per il funerale. Mi chiedeva spesso di Felipe, era felice dei suoi traguardi. Eppure, la sorprenderò, di calcio parlavamo poco”.

Strano, tutti sapevamo della sua passione per il San Lorenzo.

“È cresciuto a Buenos Aires ed era tifosissimo del Ciclòn, mio padre invece ha sempre vissuto a Cordoba. Appena nati avevamo già la tessera del Talleres. In famiglia è sempre stato un derby. Così evitavamo discussioni (ride, ndr)”.

Che rapporto aveva con il Pontefice?

“Quando era vescovo a Buenos Aires ci vedevamo spesso. Dopo la sua elezione, ogni cinque anni, organizzavamo in Argentina un ritrovo di tutti i Bergoglio. Lo abbiamo sempre invitato, ma non era semplice per lui poterci essere. Allora lo raggiungevamo a Roma. Amavamo fare colazione insieme a Santa Marta”.

Qual è il ricordo più bello che ha di lui?

“L’umiltà. Era il Papa, ma ogni volta mi chiedeva come stesse il resto della famiglia. Durante le udienze pubbliche, spesso passava a salutarci e poi si fermava a chiacchierare. Bloccando tutta la scorta. Mi diceva: ‘Perché mi chiami Santità? Sono sempre tuo zio Jorge’”.

Ha fatto in tempo a informarlo della nuova sfida con il Città di Castello?

“Purtroppo no, però sono sicuro che mi avrebbe dato la sua benedizione”.

La squadra è già pronta per la prossima stagione. Quale sarà il primo passo?

“Ad agosto debutteremo in Coppa Italia. Prima stiamo organizzando una messa per tutta la comunità. Portiamo sul cuore lo stemma della città. Vogliamo lottare per questi colori. Il mio cognome è una responsabilità. I tifosi devono avere fede, noi ce la metteremo tutta”.

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