E la natura sbocciò nell'arte
di Maria Luisa Colledani - Il Sole 24 Ore Domenica
Perugia. Alla Galleria dell’Umbria il percorso della rappresentazione di piante e animali, dal «Cantico» di Francesco all’umanizzazione di Giotto.
La maga Melissa, creata dalla pirotecnica fanta sia di Ludovico Ariosto per l’Orlando furioso, ha abiti sontuosi e guarda fuori dal quadro di Dosso Dossi (1518 circa) perché lascia spazio a una natura rigogliosa e a una città lontana. L’opera, conservata alla Galleria Borghese di Roma, è stata scelta come volto della mostra in corso a Perugia «Fratello Sole, sorella Luna. La natura nell’arte tra Beato Angelico, Leonardo e Corot»: «Melissa è un capolavoro che si trova proprio a metà del percorso espositivo in tutti i sensi – spiega Veruska Picchiarelli, una dei curatori –, sia cronologicamente sia per un approccio al creato, che è, al contempo, naturalistico e simbolico».
Picchiarelli con Costantino D’Orazio e Carla Scagliosi hanno indagato, proponendo spunti molto interessanti, il lungo percorso che la natura ha fatto nell’arte tra il XIII e il XIX secolo attraverso un’ottantina di capolavori in prestito dal Louvre, dal Rijksmuseum, dal Mauritshuis, dai Musei Vaticani e da tante istituzioni italiane, riversando anche la ricerca in un catalogo ricco e preciso, frutto della collaborazione con le Università di Milano e Bologna che stanno lavorando a un database sulle rappresentazioni artistiche di piante e animali.
Il punto di partenza della riflessione è il Cantico delle Creature. Nel 1225, quando lo scrive, Francesco è quasi cieco, eppure la sua preghiera è una lode al creato, ai colori e alla luce. Dal buio degli occhi alla immensità della natura. Dà del tu a frate Vento e sora Acqua, a sora nostra madre Terra e ai «diversi frutti con coloriti flori et herba» e il Cantico, il momento in cui l’italiano si afferma come lingua letteraria, segna anche un rinnovato rapporto fra uomo e creato: «A frate Sole e sorella Luna sono attribuite qualità umane: questa è la rivoluzione e forse anche il contributo involontario che lo sguardo di Francesco offre all’arte del suo tempo», scrive Costantino D’Orazio. Sono decenni di grande fermento: si affermano i Comuni, il sapere esce dal mondo ecclesiastico per dar origine alle prime Università e anche l’arte fa la sua parte. Così, la mostra, articolata in sette sezioni, indaga il nuovo volto della Natura, che è Madre. Dopo la maledizione che pesa su piante e animali causata dalla cacciata di Adamo dal Paradiso, si assiste a un cambio di prospettiva epocale proprio grazie a Francesco e ai Cicli dei Mesi: la scultura dell’agosto del Maestro dei Mesi, dal Museo del Capitolo della Cattedrale di Ferrara, ne è la migliore rappresentazione. È tempo di preparare il tino per la vendemmia, i fichi stanno maturando e una foglia, con tutte le sue venature, sfiora quasi il contadino: si abbandona il simbolismo per abbracciare un approccio analitico. L’arte torna a osservare la realtà e anche la raffinata miniatura della Legenda maior sancti Francisci mostra il Poverello di Assisi fra un nugolo di volatili e alcuni cani che lo adorano con le zampe sollevate sulla tunica. Sembra quasi di essere in un campo di frumento che sta appena nascendo con il suo verde giovane e caldo, come quello scelto per l’allestimento che avvolge le opere e gli occhi.

La civiltà tardogotica, in cui l’arte “misura” la natura, propone anche una lettura favolosa del creato: è il momento dei Giardini delle delizie e degli Horti conclusi. Una natura impossibile in cui ogni artista lascia correre la libertà espressiva, inventando scenari talmente belli da sembrare impossibili. È il caso del Giudizio universale (1425-1428 circa) di Beato Angelico: la dimensione ultraterrena è ancora rappresentata in modo antico ma la modernità si legge nella fuga prospettica che porta la luce celeste. Anche la Madonna del roseto (1410-1420 circa) di Michelino da Besozzo, pur nel trionfo dorato che è una coda d’antico, è un florilegio di piante e fiori e animali. Che diventano spazio per l’uomo. Giotto, in questi termini, è il maestro che immerge l’uomo nella natura. Dopo di lui, nulla sarà più come prima e il Quattrocento, con la prospettiva, teorizzata da Alberti, Piero della Francesca e Pacioli (di cui in mostra ci sono i tre saggi che cambiarono la storia dell’arte), crea lo spazio perfetto per rappresentare l’uomo e la natura. L’indagine di Piero è fatta con gli spazi, quella di Jan van Eyck con la luce e quella di Perugino, nella preziosa Annunciazione Ranieri, con la grazia. Accanto al classicismo, che modella spazi geometri per l’uomo in cui la natura si fa equilibrio e razionalità, c’è anche il filone naturalistico, quello di un bellissimo Giovinetto in un paesaggio di Vittore Carpaccio (osservate il vento che muove le canne) o della Marina di Salvator Rosa, che porta fino alle ricerche empiriche di Leonardo, il primo a tentare di trasformare il rapporto tra uomo e natura attraverso l’invenzione di macchine che ne imitano il funzionamento.
Gli spazi del mondo si allargano con le scienze sperimentali: Galileo osserva il cosmo e con il cannocchiale, fatto di due lenti e un tubo, ritrae gli astri e scrive nel manoscritto autografo dell’Astronomia «Adì 9 dicembre 1610 Giove si vedeva col cannone e tre stelle fisse così». E le disegna attorno al pianeta e anche solo quella grafia e il disegno minuto provocano un sussulto. La Natura, immensa, si fa mirabile e l’arte diventa strumento di catalogazione, come dimostra la precisione di tratto dei cavalli, delle cicogne e dei conigli di Pisanello. Ancor di più i confini si allargano con le stranezze che arrivano dalle esplorazioni geografiche e che finiscono nelle Wunderkammer, il mondo in una stanza. Intanto, nel Seicento, a partire dal Nord Europa, il paesaggio diventa genere autonomo per arrivare in Italia con la scuola di Posillipo e Giacinto Gigante il suo più poetico interprete. Nel Settecento, poi, l’arte prova a ritrarre la potenza della natura con i fenomeni più estremi: nella Cascata delle Marmore a Terni di Corot pare quasi che i pensieri vengano sommersi per tornare a respirare nel creato, quando infine si esce dalla Galleria. Verso est, brillano Assisi e i Monti Sibillini e tutti i verdi possibili, dal frumento che ondeggia nel vento agli uliveti. Francesco era quasi cieco ma vedeva benissimo.