“La cultura sorge in forma ludica , la cultura è dapprima giocata”. (Johan Huizinga 1972).

I bambini etruschi giocavano con la trottola, sicuramente con quella di via della Cava a Orvieto, in ceramica figurata, che ricorda alcuni esemplari a forma conica provenienti dalla Grecia, ed esposta in questi giorni a Perugia nella interessante mostra “ Giochi da museo. Giocattoli antichi e moderni” allestita al MANU, il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria e visitabile fino al 17 aprile 2017. In queste teche museali il gioco, vissuto come elemento primordiale della umanità in cerca di diletto,  ma anche a scopo divinatorio e  legato a una attività cleromantica, si ammanta di mistero e fascino. Insieme al confronto immediato, che nasce spontaneo, tra  gli elementi antichi riferibili al gioco e gli analoghi materiali più moderni che comunicano quella continuità rispetto ad una attività umana quasi immutata nel corso dei millenni e riscontrabile in ogni cultura. I bambini dell’antichità  giocavano con piccole armi miniaturizzate e  le bambine con bambole in ceramica e in osso snodabili. Nelle loro sepolture sono stati  ritrovati quei giochi con cui in vita passavano ore gioiose e che dovevano accompagnarli anche nell’aldilà. E le bambole, rudimentali ma di fine fattura,  mostrano soggetti che riproducono le nostre sembianze, acconciature, pose  a cui poter far riferimento ancora oggi. Posizionate in teche accanto alle prime Barbie della fine degli anni ’60, presentano le identiche componenti movibili e snodabili, quelle che un tempo erano ottenute con l’inserimento di  piccoli elementi metallici incassati oppure fissate  grazie a tenoni sporgenti, secondo la tradizione magno greca, che permettevano la rotazione delle ginocchia e delle gambe. Il volto appare ancora ben delineato e i capelli raccolti in trecce o in ciocche. A Roma in occasione dei Saturnalia venivano regalati ai bambini giocattoli tra cui bambole di terracotta o di pasta e noci.  Relinquere nuces esorta  il poeta Persio a indicare coloro che, abbandonando il gioco delle noci, abbandonavano anche l’infanzia. Di queste festività parla anche Macrobio (Macr. Sat. IIII) che racconta di “bambole e burattini d’argilla che fan la gioia dei bimbi che ancora si trascinano a carponi”. Nella necropoli di Norcia, presso il  Piano di Santa Scolastica, sono state rinvenute statuine in terracotta e in osso rappresentanti giovanissime fanciulle abbigliate e cinte da corone d’edera a simboleggiare una futura vita da donna,  un ideale femminile a cui tendere, forse per un beneaugurante aldilà,  per una vita che, nella realtà terrena, non avevano potuto raggiungere.

In  mostra anche sonagli da neonato e, accanto a quelli colorati degli anni ‘60, spiccano quelli in bronzo, come il sonaglio della “bambina- sacerdotessa” rinvenuto in Piazza d’Armi a Spoleto, e composto da  un manico tubolare e un corpo a forma di ciambella con inseriti sassolini a creare “rumore”. La  ciambella assomiglia a quelle di Vetulonia e gli “anelli a tarallo bivalve” a quelli rinvenuti in altri contesti umbri: questi recano incisi alcuni rombi, figure beneauguranti dalla geometria perfetta. Una bambina di alto lignaggio almeno dal materiale ritrovato nella  tomba, vestita con un abbigliamento sfarzoso di fibule in argento ad arco, alcune delle quali recanti  gingilli e pendagli. Presente anche una patera baccellata in bronzo, riservata in genere  solo alle tombe principesche dell’Etruria, del Lazio e delle Marche, e risalenti tra la fine dell’VIII e gli inizi del VI secolo a. C. Il sonaglio, viste le incisioni e le fattezze, più che un giocattolo sembra uno strumento rituale  nell’ambito di cerimonie religiose. Altra piccola  “statuetta – sonaglio”, in  terracotta rosata, rappresenta un bambino che cavalca un maialino che racchiude i soliti  pezzi lapidei che, se agitati,  emettono quel suono capace di catturare l’attenzione di un neonato e interromperne magari il pianto.  Statuine con bambini che cavalcano un animale denotano il viaggio verso l’aldilà. Un elemento simile è riscontrabile al Wellcome Historical Medical Museum of London, un pezzo proveniente da area romana (Thompson 1922, n. A635532-A635533). Il Thompson collega l’iconografia del maialino cavalcato dal bambino al culto di Carna, divinità descritta da Ovidio ( Fasti VI, 101) e festeggiata a Roma nel primo giorno di giugno dove si consumava una purea di fave e farro impastata con il lardo.  La dea era considerata la protettrice dei bambini dalle misteriose creature che di notte durante il sonno  ne succhiavano il sangue (forse i decessi per anemia ferro carenziale da cattiva alimentazione). Anche il piccolo uccello era una iconografia tipica dei sonagli di creta dell’antichità: tintinnava nello scuotimento a riprodurne quasi il canto. In un passo dei Vangeli apocrifi leggiamo di Gesù fanciullo che crea uccellini con la creta: l’uccellino infatti, soprattutto la colomba, aveva il significato di protezione del fanciullo, da custodire riparato sotto le proprie ali. Altre statuine, sempre a sonagli, raffigurano personaggi ammantati che potrebbero essere accostati alla divinità assimilata al greco Telesforo, protettore dell’infanzia  che vegliava il riposo del bambino garantendogli una tranquilla notte. 

Interessanti sono i choes attici a figure rosse,  provenienti dal Museo del Vino di Torgiano e dalla collezione Sambon di Milano, piccoli vasi decorati dove appaiono figure di bambini che gattonano,  giocano, corrono.  Erano un dono che veniva fatto ai piccoli dai tre anni di età che partecipavano agli anthesteria, feste religiose in onore di Dioniso. Durante queste feste avveniva  la famosa “gara del bere” dove ognuno portava il proprio vaso, e la piccola brocca, una specie di confirmatio, veniva donata come simbologia beneaugurale per il primo piccolo assaggio di vino che sanciva il rituale dell’ ingresso sociale. Infatti gli oggetti  associati in Grecia al dio erano: la pigna (kónos), la trottola (rómbos), i dadi (astrágaloi), lo specchio (ésoptros), tutti esposti nelle teche del museo.  Del resto il giocattolo prefigurava, e prefigura, l’universo delle molteplici funzioni adulte con lo scopo di preparare il bambino al suo futuro ruolo. E ancora “palline in terracotta” di varie grandezze, rinvenute a Magione nello Scavo del Santuario di Colle Arsiccio, per giocare all’antichissimo “gioco della palla”, passatempo preferito da tutti i bambini che trascuravano gli studi, tanto da attirare le ire dei maestri (Agostino, Confessioni, I,9,15). Numerosi sono anche i piccoli animali, come il “cavallino cipriota” in terracotta rossa, modellato a mano, dalla forma raffinata e slanciata  e soprattutto i cani, con valore di protezione e connotanti un ambiente familiare, che attestano la loro fortuna e diffusione nel gioco dei bimbi in tutto il bacino del Mediterraneo  e in un ambito cronologico vasto.  

Note sul gioco nel mondo antico tra diletto dei piccoli e azzardo dei grandi,  mostrano anche l’antichissimo “gioco dei dadi” utilizzato per la fortuna e la sorte, con elementi  in bronzo e in materiale osseo, come quelli in osso di pecora ritrovati nella zona di Colfiorito. I numerali erano resi con un puntino inciso circondato da uno o due piccoli cerchi concentrici. Presentano un foro centrale che sicuramente era il luogo vuoto del midollo, che poteva essere lasciato aperto oppure chiuso con un altro elemento osseo, come presentano alcuni  reperti tra i quali quelli perugini della Tomba del Frontone n.2 1886. Tra essi vi era anche il “dado del baro”, la cui conformazione prevedeva una ulteriore cavità  all’interno dell’osso per la collocazione di un elemento che poteva condizionare la previsione alla caduta del pezzo. Gli astragali  erano giochi di età infantile nel mondo greco e romano, ma anche offerte votive in santuari per vaticinare la sorte, a conferma del ruolo del gioco in  un  contesto divinatorio. Erano in osso e di forma irregolarmente cubica, oppure in bronzo, in vetro, marmo, avorio, piombo, oro, argento.  Nel gioco erano usati come i dadi, poiché si attribuiva loro, ad ogni faccia, un valore convenzionale: dalle fonti letterarie si apprende che il lato concavo valeva tre, quello convesso quattro, la faccia laterale e quella mediana sei. I bambini li amavano molto e a scuola costituivano un premio da assegnare ai più meritevoli (Cenciaioli, 2002, pp, 43-44, n.34). Li utilizzavano soprattutto nel  “gioco del cerchio” che consisteva nel disegnare un cerchio a terra e gettarvi all’interno il proprio astragalo cercando di spostare quello degli avversari. Numerose sono anche le “pedine” rinvenute (Torgiano, loc Miralduolo, tomba 2, 1999- Perugia Antiquarium del Palazzone inv.682762), che erano utilizzate per il gioco nelle tabulae lusoriae, appositi piani di appoggio in osso, in pietra, vetro, legno, l’equivalente dei nostri giochi da tavola e di grande diffusione. Pedine di perfetta forma sferica e in calcaree sono state rinvenute ad Arna. Un  gruppo numeroso rinvenuto a Perugia in una tomba etrusca della famiglia Rafi scoperta nel 1887, è costituito da varie tesserae lusoriae, bastoncelli e targhette in osso, con una faccia incisa con un epiteto più o meno ingiurioso e l’altra con un numerale: forse i numeri bassi che uscivano meritavano l’epiteto, mentre i più alti erano quelli benevoli, e venivano distribuite come le carte. Una ipotesi suggestiva  ritiene che queste tessere fossero sortes, cioè utilizzate come i moderni tarocchi  per attività cleromantiche di ispirazione etrusca. Altro passatempo diffuso era il “gioco del  filetto”, trovato inciso in una tabula lusoria nei locali sottostanti la cavea del teatro di Carsulae, che dalle dimensioni sembra una scacchiera mobile che veniva posta sulle ginocchia dei giocatori o su tavolini o sugli stessi gradini del teatro. Il gioco era composto da 18 pedine di  due diversi colori, nove per ciascuno dei due giocatori che dovevano metterle in fila per tre cercando di “fare filetto”

La “trottola etrusca” è quella che maggiormente  affascina e trasmette il messaggio di una rotazione perenne a simboleggiare un divenire. Gioco di abilità e quindi adatto ad una età grandicella, è  in ceramica etrusca figurata, a forma biconica schiacciata, appuntita in alto e appiattita in basso e poggiante per pochi millimetri per favorirne la rotazione. La  trottola è stata persino esaminata con sofisticate analisi diagnostiche: la Tac eseguita dalla “U.O. Diagnostica per immagini della Usl Umbria1”, ha così evidenziato all’ interno otto piccoli sassolini, che emettevano rumore quando il giocattolo  era in movimento. Elementi già noti in Grecia in età omerica, le trottole  venivano mosse con l’aiuto di uno spago e percosse con sapienti colpi di frusta o bacchetta per alimentarne il movimento. Il  tipo di ceramica, decorata con tralci vegetali e tre foglie di edera e pallini sparsi tipo corimbi, rientra nel  Gruppo Roselle 1889, diffuso nell’Italia centro settentrionale tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C di produzione orvietana. 

Il “tavolino miniaturistico” di origine magnogreca del V secolo a. C (Milano–Collezione Sambon) presenta invece un ripiano rettangolare con raffigurate offerte alimentari, dolci e focacce tipici del mondo greco, come gli omphalota popana, di forma circolare e i popana poluomphala con varie protuberanze, i taralli e piccoli pezzi di pasta modellata in varie forme. Era un elemento di proprietà femminile e di arredo pertinente alla sfera banchetto - simposio. Il piccolo mobilio in tombe infantili, presente ad esempio a Locri e a Brescello, attesta la funzione di giocattolo con valenza culturale-simbolica. 

Curiosa e pregevole “una casa di bambola per la piccola Iulia” (dai museo civici di Reggio Emilia- Brescello, scavi 1863), con tredici oggetti miniaturizzati che ne raccontano la giovane vita, riassunta da un cippo in marmo che parla di lei, Julia Graphis, con la dedica genitoriale di Quintus Iulius Alexander e di Vaccia Iustina,  fanciulla brixellensis della prima metà del II secolo, affrancata dalla coppia alla morte della madre, e morta a quindici anni, due mesi e undici giorni. Vasellame e mobilio miniaturistico in piombo riproducono una piccola casa di bambola con una cathedra supina, un sedile per donne di rango;  una mensa tripes e una delphica, un tavolino destinato al banchetto e un tavolo buffet; un repositorium, appoggio per le vivande, e il tutto accompagnato da  una piccola brocca, due coppe, una concha, forse per le abluzioni, due lances (piatti da portata), un tegame con coperchio, un askos (otre), una situla, (secchiello), una lucerna. Manca la bambola, non conservata forse  per la deperibilità del materiale, in stoffa, legno o cera. La giovinetta per la sua prematura morte non potè offrire a Venere, nei luoghi destinati  al culto, questi oggetti che venivano dedicati  alla dea, come era consuetudine, dalle fanciulle romane giunte alla pubertà.  Che lo possa fare allora direttamente nell’aldilà!   


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