TESTATA: Touring

DATA DI PUBBLICAZIONE: giugno 2014

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(foto di Maurizio Fabbro)

Hanno le idee chiare in Valnerina. Lavorano duramente, a testa bassa, in silenzio. Proprio come la loro terra appartata, ripiegata su se stessa ma vitale, forte e autentica. Dalle mani dei 15mila abitanti di questo territorio di 300 chilometri quadrati nasce un tesoro fatto di prodotti d’eccellenza e marchi dop e igp: tartufi, olio, lenticchie, farro, formaggi e salumi. Ma anche monasteri trasformati in hotel di charme, agriturismi semplici ma sinceri e percorsi attrezzati dove lo sport significa rispetto per la natura. Allo stesso modo in questa valle serpeggiante e ritorta il Nera, insinuandosi a forza fra forre verdissime, torrenti chiacchieroni e monti coperti di lecci e conifere, ha forgiato un diamante grezzo. Dove la luce precipita dalle vette, si incunea in un pulviscolo dorato e opalescente, si insinua trascolorante e sinuosa correndo sulle acque, accarezza le cime delle querce e sussurra fra le montagne, offrendo una costellazione di torri e castelli che ti tengono costantemente d’occhio, mai solo e abbandonato a te stesso. Borghi medievali turriti e compatti dall’impianto urbanistico frontale, da abbracciare in un unico sguardo.

Grumi pietrosi di case, chiusi nel disegno forte delle mura, che fanno baldoria con tetti che cascano lungo i declivi o si stagliano come cammei sul costone di un monte. Torri da difesa sbocconcellate che offrono il loro profilo migliore, monasteri immoti di genuflessioni e sermoni ed eremi di puro spirito. Questo paesaggio non asettico ma tattile e olfattivo è lo stesso che fa da sfondo alle tele di Giotto, Benozzo Gozzoli, Perugino, Pinturicchio. Paesaggi dell’anima, una condizione dello spirito, uno stare fra cielo e terra seguendo armonie segrete e antiche in uno smemorante abbandono del prima e del dopo a favore di un oggi e di un qui. Da Scheggino a Sellano, da Cascia a Norcia, a Castelluccio, la Valnerina ha poco a che spartire con la maestosità e le certezze dei ducati e delle corti rinascimentali di Orvieto, Perugia o Spoleto o con il francescanesimo trionfante di Assisi. Questa è un’Umbria a parte, quella schiva e dimenticata di quelli che la storia l’hanno subita. Non l’Umbria dolce e pacata di San Francesco ma quella rude e feroce di Jacopone da Todi.

Terra di emigrazione dolorosa e di un aspro e selvaggio nulla che a tratti ritrova la consolazione di piane che placano gole e forre impervie. Costruita con antica pietra e vita quotidiana ha forgiato paesi come Sant’Anatolia di Narco, Postignano o Vallo di Nera, Bandiera arancione del Touring Club Italiano. Intolleranti delle prospettive centrali, con una debolezza per gli scorci e gli squarci, senza il fiato di uno slargo, che acquistano solo dopo averlo perso arrancando per salite e gradinate. Paesi che hanno l’anima in alto, nella chiesa affacciata su piazze di popolo e per il popolo che sovrastano l’abitato dalla tessitura medievale e si sottraggono al dominio imperioso delle torri. Muri da accarezzare, volti e storie da incontrare, occhi da capire, odori grassi e sapidi di cucinato che cascano dalle finestre, sapori intensi e pasciuti in agguato dietro le insegne di trattorie e negozi. Chiese e cappelle, ostaggio di chiavi tenute da custodi improvvisati, asciutte ed essenziali, senza grilli per la testa. Solidamente romaniche nonostante i rosoni delicati come merletti. Mute fuori ma che dentro regalano consolazione, silenzi, ombre nette dense di incenso, affreschi mangiati dal tempo ma intatti nello spirito. Ora et labora: non a caso questa è la terra di San Benedetto, con il suo monachesimo attivo che ha trasformato l’Umbria rude delle leggende e delle favole, delle sassaie e delle forre, del silenzio e dell’ascetismo estremo di S. Maria della Stella o della Madonna dello Scoglio nella maestosità delle abbazie di S. Pietro in Valle e di S. Eutizio.

La prima, nei pressi di Scheggino, parzialmente trasformata in albergo, è legata alla figura del suo fondatore, Faroaldo II, sesto duca longobardo di Spoleto che regnò fra il 702- 720, sepolto nella chiesa in un maestoso sarcofago romano attorniato da straordinari quanto malconci affreschi altomedievali. All’elegante campanile simile alle torri comunali di S. Pietro risponde quello di S. Eutizio, culla del monachesimo cenobitico. Sede di una comunità monastica, nota insieme a quella della vicina Preci per l’abilità della sua scuola chirurgica, che arrivò a possedere territori fino all’Adriatico. La sua chiesa custodisce invece la più modesta tomba del santo eremita, la cui tunica, portata in processione sui campi, sembra infallibile per invocare la pioggia latitante.

Ascetica, mistica, sacra, ma anche profana, godereccia, crapulona; San Benedetto e Brancaleone: Norcia, capoluogo dell’Alta Valnerina circondato dai Sibillini, è incernierata sul gesto imperioso della statua del suo santo figlio, intorno cui ruotano la piazza principale e i luoghi simbolo cittadini: la basilica, il Palazzo comunale, la massiccia Castellina, fortezza pontificia ora museo, il Duomo di S. Maria Argentea. Teste di cinghiali e cervi, collane di salami e salsicce e parate di prosciutti igp affollano corso Sertoria e via Roma rendendo omaggio alla grande tradizione dei suoi abitanti, risalente ai norcini ambulanti, abili nel lavorare la carne di maiale non meno che quella umana, mentre gli intensi effluvi del pregiato tartufo nero locale, il cibo degli dei cui si dà la caccia da novembre a marzo, intridono salumi, formaggi, olio, pasta, liquori e persino il cioccolato Vetusta Nursia, accompagnando l’ultima nata fra le specialità locali, la birra La Nursia prodotta dai frati del convento di S. Benedetto. Non è un caso che proprio qui, per iniziativa della vulcanica famiglia Bianconi, da 164 anni esempio di come il turismo sia un misto di intraprendenza non meno che di ospitalità e professionalità, abbia visto la luce una piccola rivoluzione culturale, legata al mondo agroalimentare, che mira a tutelare il diritto alla salute del consumatore. Salus per cibum promuove un comportamento alimentare sano e sostenibile con progetti che qualificano le produzioni tipiche locali ridisegnandone i metodi di lavorazione. Se Norcia odora di tartufo, Cascia, città arrampicata su un colle, dove la santità si conquista scalino dopo scalino, ha il colore del suo zafferano e il profumo delle rose di Santa Rita (1381- 1457). Grande santa e grande donna, costretta a lottare contro l’indole violenta del medioevo che la privò prima di un marito manesco e poi di due figli vendicativi, che trovò la pace nella quiete di un monastero oggi visitato, insieme alla basilica del XX secolo con altare di Giacomo Manzù, da migliaia di pellegrini devoti alla santa delle cause impossibili. I tesori della Valnerina, come il tartufo, si trovano scavando. E sotto la propria aia nel 1902 un contadino di Monteleone scoprì una tomba etrusca del VI secolo a.C. con una biga in legno coperta di lamine bronzee a sbalzo che, come altri capolavori italiani, trovò la gloria al Metropolitan di New York. Una copia della scuola di Giacomo Manzù nel complesso di S. Francesco non consola gli abitanti del minuscolo borgo della Valnerina, che non hanno perso la speranza di riportarla a casa.

Umile e dall'aria negletta proprio come il maiale e il tartufo anche l’oro della spettacolare piana carsica di Castelluccio, la lenticchia igp coltivata a 1500 metri di altitudine ai piedi del monte Vettore insieme a fagioli, cicerchia, roveja, ceci e farro. Di piccole dimensioni e buccia fine, è l’espressione della cucina povera e rustica dei Sibillini. Dove la pastorizia con razze Appenninica e Sopravissana dà vita a pecorino e formaggi con erbe aromatiche non meno che alle rime scritte dagli abitanti sui muri del borgo che la mattina emerge dalla nebbia candida come un minuscolo Mont Saint-Michel. A giugno l’altopiano, che Fosco Maraini paragonò al Tibet per la sua struggente bellezza, diventa la gigantesca tavolozza di un dio pittore che dà vita a praterie marezzate dall’azzurro di fiordalisi, narcisi e violette, dal rosso dei papaveri, dal giallo dei ra nuncoli e dal bianco dei fiori di lenticchie in cui galoppano branchi di biondi cavalli avelignesi. Anche questo piano abitato dalle fate e dalla mitica Sibilla, dove il viaggio diventa una conquista personale fatta di buone gambe, curiosità e cuore leggero, offre agli sportivi esperienze straordinarie.

Come tutta la Valnerina, da conquistare dall’alto di un parapendio o di una via chiodata, dal basso di un gommone, a cavallo di una bici o di un quadrupede. Mountain bike lungo il tracciato dell’ex ferrovia Spoleto-Norcia, arrampicata, escursioni a cavallo o con i muli, speleologia, rafting, canyoning, trekking, con gradi di difficoltà variabili e accessibili a tutti. Norcia offre persino un centro sportivo polifunzionale d’eccellenza, con piscine, palazzetto di 1.600 metri quadrati, campi da basket, calcio, pallamano, hockey indoor, pallavolo, meta di nazionali e gruppi sportivi di tutto il mondo. Quei ragazzi che con le loro divise colorano le notti estive di Norcia giocando a calcio intorno alla statua del severo S. Benedetto. La statua che quando vince la nazionale di calcio si colora dell’azzurro di sciarpe e berretti. Speriamo che questo mese il miracolo si ripeta... 

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